Lorenza Menegoni e lo Sciamanismo – In Memoriam
Intervista apparsa su Vento Tra le Fronde del Novembre 2006 a cura di Ossian

In occasione della morte di Lorenza Menegoni ( 03.2023), amica ed insegnante di sciamanismo voglio riproporre una sua intervista apparsa sulla rivista Vento Tra le Fronde del Novembre 2006.
Lorenza era una persona molto disponibile per aver contribuito molte volte con la sua presenza a diverse iniziative della nostra associazione. E’ stata presente soprattutto nelle prime edizioni del Convegno Autunnale e proprio durante uno di quei convegno che nacque questa chiacchierata.
Amica di molti a cui ha donato la “Sacra fiamma dell’Amore” ispirando fortemente tutti i suoi amici ed allievi ad intraprendereil prioprio cammino tra gli spiriti della dmensione ordinaria e non.
Noi dell’Anticaquercia vogliamo ricordarti con questa tua testimonianza.
Ciao, Lorenza, brevemente ci puoi presentare la Fondazione per gli Studi Sciamanici?
La Foundation for Shamanic Studies (FSS) è l’istituzione creata da Michael Harner per studiare, preservare e promuovere lo sciamanismo in tutto il mondo. Attualmente rappresenta il maggior centro di insegnamento, ricerca e sperimentazione nel campo dello sciamanismo contemporaneo. Ha sede centrale in California, ma da anni è attiva nei paesi europei attraverso la FSS Europa e le sue varie sezioni, inclusa l’Italia.
Uno degli scopi principali della Foundation è addestrare gli occidentali nelle tecniche sciamaniche di base e avanzate secondo la metodologia del core shamanism (sciamanismo transculturale), sviluppata da Michael Harner. Altri obbiettivi della Foundation includono la ricerca sperimentale sull’efficacia dei metodi sciamanici di guarigione; la creazione di una ”mappa della realtà non ordinaria” attraverso lo studio comparato delle testimonianze e resoconti sul viaggio sciamanico sia degli sciamani tradizionali che dei praticanti occidentali. Un altro importante programma, chiamato Assistenza Tribale Urgente, si propone di offrire aiuto ai gruppi tribali che vogliono revitalizzare le loro tradizioni sciamaniche; sostenere, inoltre, gli sciamani tradizionali nel complesso lavoro di salvaguardia delle loro antiche pratiche. Un folto gruppo di etnografi e antropologi, alcuni addestrati presso gli sciamani tradizionali, contribuiscono a questo sforzo di recuperare e preservare delle tradizioni che rischiano di scomparire o essere dimenticate.
Ci puoi raccontare come sei approdata allo studio e alla pratica dello sciamanismo?
Questa è una storia strana, che ho capito solo gradualmente. Nel marzo del 1980, dopo una permanenza di un anno a Londra, sono partita per l’America. Non sapevo esattamente cosa andavo a cercare, ma seguivo il cuore. Contavo di rimanere solo qualche giorno a New York e poi proseguire per il Messico e il Guatemala. Avevo con me degli appunti presi da un libro sull’uso degli allucinogeni nello sciamanismo, un libro che avevo trovato a Londra, ma il nome dell’autore, Michael Harner, non mi diceva nulla allora. Avevo studiato un po’ di antropologia all’università di Trento e conoscevo alcuni studi sullo sciamanismo, ma le interpretazioni antropologiche non mi convincevano completamente, pensavo ci fosse qualcosa di più.
Rimasi a New York più a lungo del previsto, poi ripresi il mio viaggio. Visitai Città del Messico, Oaxaca e infine il Chiapas. Per lo più viaggiavo sola, ma a San Cristòbal trovai degli amici, anche loro persone come me alla ricerca di esperienze nuove. Assieme a loro, andai a Palenque e presi per la prima volta i funghi magici (psilocybe). Fu un’esperienza profonda, anche se dolorosa, perché i funghi mi portarono a percepire cose che stavano accadendo lontano, in Italia, in particolare la morte di una persona cara, un’anziana veggente a cui io e mia sorella eravamo molto legate. Non ho mai cercato di spiegarmi razionalmente il nesso tra le due cose, cioè il fatto di prendere i funghi a Palenque proprio nel momento della morte di questa persona, ma so che non si trattò di una semplice coincidenza.
Ci fu un altro momento drammatico nella mia esperienza con i funghi, quando vidi attorno a me violenza e gente massacrata dalle bombe. Questa esperienza era stata innescata dal rombo di un elicottero della polizia messicana che sorvolava il nostro campeggio. Cercavo di comunicare ciò che provavo ai miei amici, ma non capivano, pensavano che stessi avendo soltanto un bad trip. Qualche giorno dopo mi trovavo in Guatemala, in uno dei villaggi Maya sulle sponde del lago Atitlàn e, una mattina, all’alba, uno dei villaggi dietro le montagne venne bombardato. Era il maggio del 1980, la lunga e terribile guerra contro gli indigeni Maya del Guatemala era iniziata da poco. I funghi mi avevano fatto vedere anche questo.
Ancora non capivo che quella era stata una sorta di iniziazione allo sciamanismo (nei momenti di crisi tiravo fuori i miei appunti e sentivo che mi aiutavano ad ancorarmi), ma qualche settimana dopo quando, di ritorno a New York, ho cominciato ad esplorare la possibilità di studiare antropologia in America e ho scoperto che Michael Harner insegnava alla New School for Social Research, non ho avuto dubbi.
Rientrai in Italia, ma tornai a New York in autunno, mi iscrissi alla New School e studiai con Michael Harner. Nel novembre del 1981, era il fine settimana di Halloween, presi il mio primo seminario con lui e poco dopo entrai a far parte di un cerchio sciamanico che si riuniva ogni giovedì sera a Brooklyn Heights. Qualche tempo dopo, nella primavera del 1982, Phyllis Curott si unì al gruppo e, l’anno successivo, Tom Cowan.
Durante tutti gli anni trascorsi a New York, lo sciamanismo fu per me una pratica spirituale personale, non pensavo sarebbe diventato anche un lavoro. Feci prima il Master e poi il Dottorato (Ph.D.) in antropologia medica, per la tesi tornai in Messico a svolgere delle ricerche sul problema della tubercolosi tra gli indigeni Maya del Chiapas. Il mio progetto era di lavorare come antropologa nei programmi di salute comunitaria in America Latina, ma non c’erano sufficienti finanziamenti per questi programmi quando mi trovai a cercare lavoro. Anche in Italia la Cooperazione allo Sviluppo era andata a fondo con Tangentopoli. Sebbene continuassi a cercare, tutte le porte si chiudevano. Fu allora che proposi a Michael Harner di tradurre in italiano il suo libro, The way of the Shaman (La via dello sciamano, Mediterranee 1995). Da lì cominciai a condurre dei cerchi sciamanici e dei piccoli seminari a Milano e poi a Trento. Infine, nel 1997, Michael Harner mi invitò ad insegnare per la sua Fondazione in Italia. Non è stato facile all’inizio, ma da allora l’interesse nello sciamanismo è cresciuto enormemente e mi dà grande gioia vederlo.
Il tuo è più un interesse spirituale oppure antropologico?
Come ho raccontato sopra, per me antropologia e sciamanismo si sono intrecciati fin dall’inizio. Però direi che al momento prevale l’interesse spirituale, anche se continuo a studiare lo sciamanismo come fenomeno culturale. É un fenomeno complesso e variegato, pur nella sostanziale uniformità delle pratiche. L’antropologia può documentare la ricchezza di manifestazioni culturali, come pure la capacità di adattamento e il dinamismo delle pratiche sciamaniche. Queste sono infatti tradizioni vive, in grado di svilupparsi e rinnovarsi. I vecchi antropologi consideravano lo sciamanismo una pratica disfunzionale e aberrante, ma gli studi recenti, inclusi quelli sugli stati alterati di coscienza, sembrano dimostrare l’opposto, cioè il ruolo svolto dallo sciamanismo nello sviluppo della coscienza umana. Credo che la rinascita dello sciamanismo nel mondo contemporaneo sia legata a questo cambiamento radicale di prospettiva.
Per quanto riguarda la mia vita personale, non potrei immaginarla senza lo sciamanismo. Devo dire che questo è ora il centro della mia vita. L’insegnamento mi dà molto: ogni seminario che tengo è per me un viaggio che faccio assieme agli studenti. Nel corso degli anni si è formata una comunità di amici e studenti ed è bello sentirsi parte di questa comunità e condividerne gli interessi e aspirazioni. Avevo dei piani diversi, forse si realizzeranno in futuro, ma ora sono felice per la direzione che lo sciamanismo ha impresso alla mia vita. Vivo ancora in Trentino, vicino alla mia famiglia che coltiva le mele, un lavoro a cui partecipo anch’io. Si accorda bene con la pratica sciamanica e mi permette di avere un rapporto quotidiano con la natura.
La FSS si occupa principalmente del Core Shamanism, avendo isolato appunto un metodo che può essere praticato da persone provenienti da background culturali diversi. Secondo te, è possibile “colorare” culturalmente lo sciamanismo, anche quando se ne sono in parte perse le tracce?
Il core shamanism è una reinterpretazione e sintesi dei metodi sciamanici fondamentali comuni alle diverse culture. Sviluppando questa metodologia, Michael Harner ci ha fornito anche una didattica che può essere applicata su scala più ampia che nelle culture tradizionali. Comune al core shamanism e allo sciamanismo tradizionale è comunque il fatto che, in ambedue i casi, si tratta di un apprendimento di tipo esperienziale. Anche laddove esiste un apprendistato più o meno formale con gli anziani sciamani, la conoscenza più significativa è ottenuta dalla persona direttamente dai suoi spiriti alleati – spiriti animali e maestri in forma umana – attraverso i propri viaggi e visioni. I veri maestri sono loro e, quando la persona è pronta, essi le daranno le conoscenze di cui ha bisogno. Voglio dire che, una volta che si sono acquisiti i metodi fondamentali, c’è sempre una personalizzazione del proprio percorso sciamanico. Inoltre, non c’è un contrasto tra il core shamanism e le forme classiche o tradizionali di sciamanismo, perché la base è comune. Partendo da un sostrato arcaico comune, lo sciamanismo si è diversificato per l’influenza di sistemi culturali diversi. Lo sciamanismo celtico, per esempio, è una forma unica e originalissima di sciamanismo. Attraverso la ricerca delle fonti e la sperimentazione personale, alcuni studiosi – quello che conosco meglio è Tom Cowan – hanno ricostruito aspetti importanti dello sciamanismo celtico di cui, in apparenza, si erano perse le tracce. Naturalmente, in questa ricostruzione, certi elementi, o il loro significato, sono cambiati rispetto al passato. Ogni volta che riprendiamo una tradizione antica e cerchiamo di renderla nostra, la modifichiamo e la rinnoviamo in base ai nostri valori e nozioni, la “coloriamo” culturalmente, come dici tu.
Secondo te, come mai in alcuni stati e nazioni le tradizioni sciamaniche sono sopravvissute, mentre in altre sono state completamente cancellate?
Lo sciamanismo è un metodo per ottenere rivelazioni dirette dal mondo spirituale, ma questa autonomia si scontra con gli scopi e gli interessi dell’autorità religiosa e politica. Non solo il cristianesimo, ma in alcuni casi anche il buddismo in Asia si è diretto a reprimere lo sciamanismo. Come altre pratiche culturali indigene, anche lo sciamanismo è stato vittima del potere coloniale e delle religioni istituzionalizzate ad esso collegate. Infatti, i popoli dove le tradizioni sciamaniche sono rimaste più integre sono proprio quelli più marginali all’espansione dell’Occidente.
Nell’Europa occidentale, lo sciamanismo è stato emarginato fin dai tempi della polis greca, eppure la sua presenza nel nostro continente è documentata fin dal paleolitico, come mostrano le famose immagini dello “sciamano in trance” e dello “sciamano danzante” nei dipinti delle grotte della Francia. In Europa, lo sciamanismo è perdurato tra i Sami, o Lapponi, circa fino all’inizio del 1900, quando un’accanita repressione da parte della Chiesa protestante portò quasi alla sua scomparsa. Ho un’amica austriaca che discende, attraverso la linea materna, da una famiglia di sciamani Sami. Anche la sua famiglia fu vittima della repressione. La sorte peggiore toccò al suo bisnonno, pure lui uno sciamano, il quale venne catturato, portato in uno zoo di Parigi ed esposto in una gabbia, come una bestia selvatica. Oggi per noi è difficile credere a queste cose. Anche le teorie che vedevano i popoli tribali come primitivi, superstiziosi, portatori di una mentalità magica e pre-logica, fornirono un sostegno ai tentativi di minare e distruggere le pratiche sciamaniche indigene. Nonostante ciò, lo sciamanismo è sopravvissuto presso certi popoli e sta tornando a nuova vita presso altri. Con la fine del regime sovietico in Siberia, con la riaffermazione del nazionalismo e delle tradizione etniche in altri paesi, lo sciamanismo sta riconquistando quel ruolo che ha tradizionalmente avuto per i popoli indigeni.
Lo sciamanismo non è una religione, ma un metodo, anche se ci deve essere alla base una credenza sugli spiriti e sui mondi spirituali. Questo però a mio avviso sconfina molto con la fede, e secondo te?
Quando diciamo che lo sciamanismo non è una religione, ma un metodo, intendiamo dire che per lo sciamano la credenza nell’esistenza degli spiriti e dei mondi spirituali non è basata su degli assiomi di fede o su delle certezze che non possono essere sottoposte a verifica. Lo sciamano non “crede” semplicemente negli spiriti, ma li “conosce” perché nei suoi viaggi egli ha visitato i loro mondi, ha comunicato e interagito attivamente con loro. Non si tratta quindi dell’accettazione acritica di una credenza, ma di una conoscenza che deriva dall’esperienza diretta dello sciamano e che egli può costantemente verificare e convalidare attraverso i risultati concreti che ottiene nel suo lavoro di guarigione o divinazione. Il rapporto dello sciamano con i suoi spiriti alleati è un rapporto di collaborazione attiva e, se non si stabilisce questa partnership, la guarigione non avviene. Per lo sciamano quindi l’esistenza degli spiriti è un fatto concreto, una realtà che egli può toccare con mano e che non deve semplicemente accettare con un atto di fede.

Lo sciamanismo come religione primordiale dell’uomo…come vedi tu questo concetto?
Mircea Eliade, il grande storico delle religioni comparate, ha scritto che lo sciamanismo è la tradizione spirituale più antica del pianeta, quella da cui sono derivate tutte le altre tradizioni spirituali e religiose. Anch’io credo che abbia costituito la religione primordiale dell’uomo. Uso volutamente il termine “religione” perché, a mio parere, i poteri della natura ai quali i nostri antenati si rivolgevano per ottenere protezione e salvezza erano quasi divinizzati. Sto pensando agli animali selvatici raffigurati sulle pareti delle grotte della Francia: per i nostri antenati si trattava realmente di un’epifania del divino. Fra l’altro, il ruolo fondamentale degli spiriti animali nello sciamanismo si definì allora, come pure la nozione di un mondo sotterraneo dimora degli spiriti animali.
Come altre pratiche culturali, anche lo sciamanismo ha subito un processo di evoluzione e di trasformazione, presso alcuni popoli è rimasto relativamente semplice e basilare, presso altri è diventato più complesso e sofisticato. In questo processo, ha anche acquisto il suo carattere di pratica terapeutica autonoma rispetto alla religione, seppur ad essa collegata.
La pratica sciamanica viene essenzialmente accompagnata dal suono del tamburo. Ci sono altri strumenti che possono ben accordarsi con questa pratica?
Per la sua capacità di trasportare lo sciamano in altri mondi, il tamburo è un elemento chiave – e un simbolo – dello sciamanismo, tuttavia si possono utilizzare altri strumenti a percussione. Tra i Nativi Americani si utilizzano principalmente i sonagli di zucca (maracas) nelle pratiche di guarigione, mentre il tamburo si usa soprattutto nelle danze e nelle cerimonie collettive. Anche in Sud America si utilizzano maggiormente i sonagli di zucca, che sono forniti in abbondanza dall’ambiente naturale. Tra gli Aborigeni dell’Australia si usano dei bastoncini di legno, spesso assieme al didjeridu, uno strumento a fiato. Qualsiasi strumento a percussione venga utilizzato, la cosa principale è che esso fornisca l’input ritmico necessario al viaggio sciamanico.
Una volta, in tempi antichi, lo sciamano molto probabilmente sceglieva la persona a cui passare le proprie conoscenze. Oggi la situazione è piuttosto cambiata, sono gli allievi che scelgono l’insegnante e normalmente pagano con il denaro l’addestramento. Non pensi che ciò possa in un certo modo snaturare questa via di potere e creare dei dubbi del tipo “spiritualità a pagamento”?
La selezione dei candidati sciamani avviene in modi diversi nelle varie società. In Siberia, per esempio, la trasmissione del dono sciamanico avviene principalmente secondo le linee familiari, presso altri popoli la discendenza non è così importante. Una volta che una persona, uomo o donna, ha ricevuto la “chiamata”, essa deve intraprendere un apprendistato per essere istruita nei metodi e nei rituali sciamanici, nella mitologia del suo popolo, ecc. In certi casi è il candidato a cercare un maestro, in altri è lo sciamano a scegliere quale candidato addestrare. C’è una grande varietà di consuetudini, informazioni più dettagliate si possono trovare nell’opera di Mircea Eliade, Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi (Mediterranee 1974).
Per quanto riguarda la nostra situazione, è vero che generalmente sono gli allievi a scegliere il maestro e che pagano con il denaro l’addestramento. Però anche nelle società tradizionali l’addestramento sciamanico è pagato: con il denaro, con lo scambio di beni o di servizi. Come Harner racconta, tra gli Jìvaro dell’Amazzonia la persona che voleva diventare sciamano impiegava un anno ad accumulare le risorse necessarie per il suo addestramento. Quando Harner stesso si rivolse ad uno sciamano dei Conibo per essere addestrato, gli diede il suo Winchester e tutte le cartucce che aveva: più che di un dono, si trattava di un pagamento anticipato. Il discorso è un po’ diverso per la guarigione, ma anche in questo caso è richiesta una qualche forma di reciprocità, a seconda delle possibilità del malato e della sua famiglia.
Riguardo lo sciamanismo contemporaneo, non credo che il fatto di pagare l’addestramento snaturi questa pratica spirituale. Con l’addestramento vengono offerti degli strumenti per lavorare sulle proprie problematiche o per fare del lavoro di guarigione per altri. L’istruttore fornisce le tecniche per compiere il viaggio nella realtà non ordinaria e contattare i propri spiriti alleati, ma la saggezza e il potere spirituale ci vengono dati soltanto da loro ed è responsabilità della persona farne un buon uso. Comunque, ritengo giusto che il costo dei seminari sia accessibile in modo che il maggior numero di persone possa fare questa esperienza.
Ultima domanda, lo sciamanismo e l’uomo moderno, come vedi tu questa correlazione?
Personalmente, credo che lo sciamanismo, nelle sue forme contemporanee, possa rispondere alle esigenze dell’uomo moderno e soddisfare il suo bisogno di spiritualità. Trovo che attualmente ci sia un grande interesse in questa antica tradizione spirituale, specialmente tra i giovani. Anche le persone che vi si avvicinano per la prima volta intuiscono quanti insegnamenti possa ancora offrire. Lo sciamanismo è un metodo per espandere la propria coscienza e trascendere i limiti dell’esperienza ordinaria. Oggi si sente molto il bisogno di superare i modelli religiosi convenzionali e di avere un contatto diretto e più personale con la realtà spirituale. La pratica del viaggio sciamanico offre questa possibilità, perché è un’esperienza che libera la nostra anima da catene e vincoli e le permette di viaggiare in altre dimensioni. Nella concezione sciamanica, tutta la natura è sacra e permeata dallo spirito. Attraverso il viaggio sciamanico, uno scopre i legami profondi che ci uniscono a tutti gli esseri viventi. Per esempio, quando si incontra il proprio “animale di potere”, la nostra intera visione del mondo naturale cambia. Inoltre, non ci sentiamo più soli, al contrario ci sentiamo parte della totalità dell’universo. Attraverso la pratica dello sciamanismo, comprendiamo anche che il nostro malessere – il nostro senso di separazione e squilibrio – ha pure delle radici spirituali. Lo sciamanismo però ci offre dei metodi, come il recupero dell’anima, per risolvere le cause spirituali della malattia e ritrovare integrità e completezza. Anche questo aspetto dello sciamanismo interessa molto oggi, cioè la sua potenzialità di integrare e completare le forme più convenzionali di terapia. Per tutti questi motivi, ritengo che lo sciamanismo possa offrire molto all’uomo moderno.

Lorenza Menegoni, antropologa, ha studiato e praticato lo sciamanismo sotto la guida di Michael Harner, Sandra Ingerman e altri insegnanti della Foundation for Shamanic Studies. È insegnante accreditata della Foundation, abilitata a tenere seminari di base e avanzati in Italia. Alcuni suoi articoli e traduzioni si possono consultare sul sito web del Centro Studi Sciamanici: www.studisciamanici.it. Ha curato una edizione di Aradia il Vangelo delle Streghe del 1999 edizioni Leo S.Olschki-Firenze, ha tradotto La via dello sciamano di Michael Harner (Mediterranee 1995), il libro di Tom Cowan, Lo Sciamanismo: una pratica spirituale per la vita quotidiana (2000), Ha curato anche la preparazione dei due libri di Sandra Ingerman, Il recupero dell’ anima (2001) e Medicina per la Terra (2004); anche il libro di Cowan, Fuoco nella testa (Crisalide 2006) e più recente di Harner, La caverna e il cosmo: incontri sciamanici con un’ altra realtà (Crisalide 2014)